Omelia sulla parabola dei talenti

di p. Paul Check

“Tesori in cielo” è un’espressione che il Signore utilizza più di una volta, perché vuole che ne gioiamo. Questo non sorprende, ma quello che alcuni potrebbero non sapere è che non tutti quelli che vanno in paradiso godranno della stessa quantità di tesoro. Alcuni ne avranno più di altri. In altre parole, tra i beati, la Chiesa chiama così le anime in paradiso, tra i beati vi è una gerarchia. Alcuni hanno un rango superiore ad altri. Più alto è il rango, maggiore è il tesoro celeste o di gloria, come dicono i teologi. Come facciamo a saperlo?

Beh, nostro Signore stesso l’ha detto. “Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli”, disse Gesù, “e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.” (Mt 16,27) Quindi costituisce un aspetto della giustizia divina che Dio ci premi in base a come abbiamo vissuto. Anche il nostro senso umano di giustizia conferma questa idea. Mentre preghiamo per la conversione sul letto di morte di qualche povera anima, probabilmente non riteniamo che la persona in questione meriti la stessa ricompensa di qualcuno che ha dedicato tutta la vita al servizio di Cristo e della Sua Chiesa; qualcuno come Madre Teresa, per esempio.

Altrove nel vangelo, durante il discorso della montagna, ad esempio, il Signore ha parlato di quelli che sono “maggiori” o “minori” nel regno dei cieli. (Mt 5,19; 18,4; Lc 7,28). Gesù ha predicato due parabole che ci insegnano che ci sono gradi di gloria in Cielo: la parabola delle mine nel vangelo di san Luca (19,11-27) e la parabola dei cinque talenti nel vangelo di Matteo (25:14 -30), che abbiamo appena ascoltato.

Vale la pena notare che questa parabola è l’ultima parabola riportata nel vangelo di san Matteo. Dopo questo, ciò che segue è il racconto della passione, morte e risurrezione di Cristo. Ora, classificare le parabole in ordine di importanza sarebbe impossibile. Ma possiamo attribuire una certa importanza al fatto che la parabola dei cinque talenti contiene un po’ della saggezza spirituale finale che Nostro Signore ha scelto d’impartire ai suoi discepoli.

La storia non è difficile da seguire. Un nobile affida a tre servi diverse porzioni della sua ricchezza con la raccomandazione d’investirle in modo redditizio. Due dei servi assolvono bene il loro compito e gli viene riconosciuto, ma il terzo no. Il terzo servo presenta una scusa, ma la scusa non è accettata. Si noti che non chiede perdono o fa alcun riferimento alla generosità del suo padrone. Invece, cerca di giustificare la sua incapacità di fare ciò che gli era stato detto, accusando il suo maestro di essere troppo esigente. Come è facile per la natura umana decaduta adottare un tale atteggiamento scortese. Così il servo è giustamente privato di ciò che gli è stato dato, incluso il suo potenziale di fare di più ed è giustamente punito per la sua cattiva volontà e l’ozio. Si noti, inoltre, che non è solo il cattivo uso dei suoi doni che gli merita la punizione, ma anche il non-uso di essi, la sua incapacità di fare qualsiasi cosa.

La parabola dei cinque talenti ci insegna qualcosa sul giudizio finale. Serve sia come incoraggiamento che come avvertimento ad utilizzare con profitto i doni che Dio ci ha dato. La nostra ricompensa eterna dipende, in genere e grado, da quanto pienamente e generosamente abbiamo cooperato con la grazia di Dio e accettato e fatto la Sua volontà. Tu ed io siamo i destinatari e i custodi di tesori, primo fra tutti i tesori della verità divina e della grazia. Nostro Signore vuole che conserviamo e moltiplichiamo il nostro tesoro per il bene delle nostre ed altrui anime.

Nel suo commento a questa parabola, mons. Ronald Knox scrisse: “Sembra che il Signore non riconosca la possibilità di stare immobili nella vita cristiana: il servo che restituisce tutto il suo talento, ma senza alcun interesse è segnato come privo di valore; il seme o non produce alcun raccolto o produce un raccolto superiore a ciò che è stato seminato. L’incauto cristiano farebbe bene a riflettere su questo”, mons. Knox continua, “se è abituato a supporre di poter raggiungere il cielo compiendo il minimo dei suoi obblighi e non di più. Questo è teologicamente possibile, ma il Signore non sembra pensare che sia probabile. “

Accumulare un tesoro in cielo: questo è il nostro scopo nella vita. La parabola dei cinque talenti pone a confronto le brevi fatiche che Dio ora ci chiede con la ricompensa durevole che ci promette nell’eternità. Avete notato che il Vangelo dice che l’uomo che possiede la proprietà s’appresta ad “una lunga assenza”? Quell’uomo è una figura di Cristo che “ci lascia per così dire a noi stessi, [e] non interferisce per arrestare le nostre azioni folli o peccaminose. Perché? Per metterci alla prova. Ci troviamo sotto esame” (Knox) In altre parole, i servitori fedeli sono lasciati dal loro padrone per far rendere al meglio il loro tempo aggiungendo tesori, la grazia, a quelli che già sono stati dati loro. Nella teologia cattolica della grazia, la Chiesa usa il termine “merito” per riferirsi alla possibilità che nostro Signore ci offre di collaborare con Lui nell’opera della nostra salvezza.

Il Catechismo dice così: “Il merito dell’uomo presso Dio nella vita cristiana deriva dal fatto che Dio ha liberamente disposto di associare l’uomo all’opera della sua grazia.” (CCC 2008) Ora dobbiamo essere chiari su un certo punto. L’iniziativa per quanto riguarda la nostra salvezza è di Dio – noi non possiamo salvarci da soli. La vita e la morte di Cristo sono la sorgente di ogni merito umano. Ma la capacità di meritare il tesoro celeste diventa, come dice il Catechismo: “un diritto dell’amore”, perché siamo figli adottivi di Dio in Cristo e coeredi di Cristo. Come san Paolo scrive ai Galati: “Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.” (4,7) Come risultato, il Catechismo continua, “Sotto la mozione dello Spirito Santo e della carità, possiamo in seguito meritare per noi stessi e per gli altri le grazie utili per la nostra santificazione, per l’aumento della grazia e della carità, come pure per il conseguimento della vita eterna.”(2010)

Ora ci sono alcune condizioni necessarie perché possiamo guadagnare meriti, cioè accumulare tesori in cielo. Prima di tutto, dobbiamo operare rettamente. Non vi è alcun merito per il peccato o la disobbedienza agli insegnamenti di Cristo e della Sua Chiesa. Quindi, dobbiamo compiere l’opera liberamente, non per forza o per paura. Inoltre l’opera deve essere motivata da un’intenzione soprannaturale: la gloria di Dio, la salvezza o il bene di un’anima, o l’espiazione per il peccato. Infine – e questo è della massima importanza – possiamo ottenere un merito solo per quelle cose fatte, mentre siamo in stato di grazia, cioè senza peccato mortale. Qualcuno può effettivamente essere una “brava persona”, ma se non è in uno stato di grazia, quando compie una qualche buona azione, allora non può beneficiarne in eterno. Ecco perché il confessionale è così importante e perché è così gravemente contrario al nostro interesse personale dire: “Io so che la Chiesa insegna che questo e quello è peccato mortale, ma non credo che lo sia.”

Forse ora comprendiamo meglio perché vi è una gerarchia in Cielo, perché alcune anime accumulano tesori più di altre: perché liberamente scelgono di farlo. Fa parte della giustizia e l’amore di Dio che ci permette, in qualche modo, di considerare il dono della vita eterna “nostro” in quanto abbiamo contribuito – con il merito – a determinare ciò che sarà. In realtà, questo è ciò che rende la vita, per il devoto seguace di Cristo, una tale avventura. Nessuna azione, nessun momento, nessuna gioia o sacrificio è troppo piccolo o troppo insignificante per avere una sua propria eco nell’eternità, se solo glielo permetteremo.

Madre Teresa ha visto questo come prova non solo della giustizia e dell’amore di Dio, ma anche della sua umiltà. Ricorda quando Gesù disse ai Suoi discepoli: “Io sono la vite, voi i tralci”? (Gv 15,5) Madre Teresa richiama la nostra attenzione su qualcosa di così ovvio che potrebbe sfuggircene il suo significato. Dove appare il frutto sulla vite o sui tralci? Sui tralci. Nella parabola, avete notato che il maestro non ha preteso per se né il denaro che originariamente ha dato ai suoi servitori, né ha rivendicare il profitto che avevano meritato? Ha lasciato tutto questo tesoro a coloro che avevano seguito le sue istruzioni fedelmente.

E nostro Signore vuole fare lo stesso con noi.

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