Omelia della domenica Laetare

di p. Paul Check

“Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.” (Gv 6,15)

L’aver dato da mangiare a 5000 persone rivela in modo inequivocabile la misericordia e la potenza di Cristo. Si tratta di un momento drammatico, l’unico miracolo registrato in tutti e quattro i vangeli. Ma così come afferma la pietà e generosità divina, allo stesso modo svela anche l’attaccamento imperfetto di coloro che erano appena stati i beneficiari della bontà di Nostro Signore. Le persone riconoscono Gesù come il Messia, ma ne comprendono la sovranità in termini terreni: Egli è una soluzione ai problemi di oggi, e non innanzitutto un Dio da amare… ed è per questo che Gesù si allontana da loro.

San Giovanni Crisostomo si esprime così: “Guarda cosa può fare la pancia… tutto il loro zelo per Dio è andato, ora che le loro pance sono piene.” La gente, ora soddisfatta, vuole fare di Cristo un re… ma per un motivo sbagliato, per egoismo.

“Il mio regno non è di questo mondo”, Gesù dirà in seguito a Ponzio Pilato. E così dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, nostro Signore fugge, non essendo riuscito a suscitare la giusta risposta nei cuori del popolo eletto. ” Il regno di Dio infatti “, ci ricorda san Paolo, “non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.” (Rm 14,17) In questo episodio del Vangelo, l’entusiasmo della gente si contrappone con la delusione del loro Salvatore.

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A volte, quando tengo una conferenza ai giovani sulla natura dell’amore, cerco di fare il punto sul modo in cui usiamo la parola “amore” mettendo a confronto due affermazioni: “Ti amo” e “Io amo la pizza.” Ora usiamo la stessa parola in entrambi i casi, sicuramente con una certa innocenza… magari senza attenzione e forse anche rivelando un po’ di noi stessi. “Mi piace la pizza” significa: “Io amo ciò che la pizza fa per me”, fin qui tutto bene. Ma la realtà della nostra natura umana decaduta e a volte egoista è che possiamo amare la gente con “amore da pizza”… “Ti amo” può significare: “Io amo quello che fai per me.” E questo è “amore” come auto-gratificazione e non come dono di sé.

Gesù Cristo ha vissuto una vita umana intensamente felice e la sua gioia proveniva da un unione del cuore perfetta e pura con il padre, che si esprimeva nell’abnegazione e nel dono di sé. Dal momento che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio, possiamo trovare la nostra pace e gioia, non nel cibo e nelle bevande (metafore per tutti i beni creati), ma nella giustizia o santità, come dice san Paolo, il che significa imitando il Figlio e con l’aiuto della Sua abbondante grazia, donando generosamente il nostro cuore… e non in una forma di scambio opportunistico: “farò questo per te e tu farai questo per me”

Torniamo al Vangelo di oggi. Gesù fugge la folla nel dolore. Egli compie un atto d’amore nella speranza di essere riamato. Ma i nostri occhi, fissi sul dono, hanno dimenticato il datore o benefattore. Quanto ciascuno di noi desidererebbe essere amato per quello che è e non per quello che può fare! Non dovremmo pensare lo stesso di Gesù Cristo… che Egli vuole che noi lo amiamo per quello che è e non solo per quello che fa per noi? Questa è la purezza di cuore.

Il termine biblico greco per peccato letteralmente significa “mancare il bersaglio.” In altre parole, quando pecchiamo, facciamo confusione… abbiamo un’aspettativa eccessiva per qualcosa che non è in grado di fornire ciò che desideriamo. In quel momento di peccato, Cristo non è più l’alfa e l’omega… permettiamo ad un bene creato o ad una creatura di prendere il posto del Creatore. Che si tratti di qualcosa per soddisfare la mente, il cuore o i sensi, se ci aspettiamo da qualcosa o da qualcuno più di ciò che può offrire il nostro desiderio si trasformerà in cenere. Noi soffriamo una ferita auto-inflitta, abbiamo fatto confusione, abbiamo mancato il bersaglio… questa è una buona definizione di peccato.

Nel Discorso della Montagna, Nostro Signore disse “dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.” (Mt 6:21) e questo, miei cari, coglie lo scopo della Quaresima: Voi ed io dobbiamo analizzare i nostri cuori in tutta umiltà e coraggio per vedere in quale tesoro abbiamo investito il nostro affetto, il nostro tempo, la nostra attenzione. Ecco perché diciamo che la Quaresima è un tempo di purificazione: con l’aiuto della grazia, vogliamo verificare la qualità del nostro amore per Gesù Cristo… amarlo per ciò che Egli è, non semplicemente per quello che può fare.

Disprezzare le cose di questo mondo non è, ovviamente, un modo cattolico di pensare. Cristo non l’ha fatto. Nostro Signore ci ha esortato vivamente, tuttavia, a dare i nostri cuori solo a lui e ad amare gli altri per amor Suo. Dirà nel Vangelo, pochi versetti dopo il brano per la messa di oggi, “Datevi da fare non per il cibo che non dura…” (Gv 6,27). Nella sua bontà, Gesù ha promesso che, se teniamo le cose nel giusto ordine, se amiamo Lui per primo e più di ogni cosa, Egli si prenderà cura di tutto: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” (Mt 6,33) Possano la nostra fede e carità essere sincere e pure, in armonia con il Suo divino comandamento.

Oggi è la domenica Laetare, dalla prima parola dell’Introito: “Laetare, Jerusalem…” Rallegrati, Gerusalemme. Il colore dei paramenti della Messa è attenuato di una tonalità, dal viola al rosa, in previsione della gioia del cuore purificato che si rallegrerà nel prossimo mistero pasquale. Il frutto di tale purificazione è la gioia di Cristo, gioia Pasquale. Ora è il momento per me di dare il mio cuore a Gesù Cristo incondizionatamente. Questo è come io riconosco la sua sovranità e divento un cittadino del Regno di Dio.

La Sacra Scrittura è la storia di un romanzo… la storia di un cuore puro e generoso che sceso dal cielo è salito su di una croce per liberarmi dal mio egoismo, dal peso del peccato e della cattiva coscienza a cui l’egoismo porta, che si erge trionfalmente dalla tomba e ascende al cielo e poi ritorna ad ogni Messa per dareSi a me nell’Eucaristia, che il miracolo dei pani prefigura. Questa è la qualità dell’amore di Gesù Cristo per me… “un amore così straordinario, così divino, [che] esige la mia anima, la mia vita, il mio tutto».

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