La tempesta in mare

di p. Paul Check

Jan-Bruegel-the-Elder-Christ-in-the-Storm-on-the-Sea-of-Galilee“… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.” (Gv 1,14)

Nel nome …

Molti di voi conoscono il mio lavoro per Courage, l’apostolato della Chiesa cattolica per uomini e donne con attrazione per lo stesso sesso. In un altra occasione proverò a spiegarvi qualcosa sulla natura di questa materia complessa e scabrosa, in modo appropriato ad un omelia domenicale. Per il momento, vorrei semplicemente chiedervi di pregare ogni tanto, per il coraggio (con la “c” minuscola) e l’umiltà per condurre questo ministero, oggi ancor più al servizio della Chiesa universale, dopo 30 anni, secondo il cuore e la mente di Cristo.

Nel definire una nuova collocazione per la sede dell’Apostolato (ci siamo trasferiti da Manhattan a Norwalk nello scorso autunno), ho riflettuto su quale scena evangelica mi sarebbe stata più utile meditare di tanto in tanto, quando osservo le pareti del mio ufficio … e un po’ di tempo fa scelsi gli eventi del Vangelo di oggi: la tempesta sul mare di Galilea, in cui nostro Signore riposa in pace a poppa della barca mentre gli apostoli lottano per mantenere il controllo di una situazione che sta progressivamente degenerando. In virtù del mistero dell’Incarnazione – divinità in unione completa ma distinta con l’umanità – e perché tutto ciò che riguarda il Signore era perfetto (nessuna sua azione è stata sprecata o insignificante), questo episodio deve essere per noi non meno istruttivo di qualsiasi altro nella vita del Dio-uomo.

Ascoltiamo le parole et habitavit in nobis (… e venne ad abitare in mezzo a noi) a conclusione di ogni messa tradizionale, e la nostra mente può e dovrebbe facilmente fermarsi a riflettere un momento sulle tante buone parole e opere di Cristo. La sua vita molto attiva è stata “versata come una libagione” (cfr. Fil 2,17), e ogni aspetto è stato utile per la nostra istruzione e santificazione. Durante la sua vita terrena, il Dio fatto uomo ha sperimentato il freddo, la fame, la sete, la stanchezza, l’insonnia e la sofferenza fisica nel modo più intenso. Gesù sentì amore, compassione, indignazione, gioia, dolore e paura nel corpo. Ha lavorato, osservato, pregato e vissuto la vita della gente comune.

Questo è il Maestro che amiamo e serviamo, uno che condivide con noi tutto ciò che è nella nostra natura, eccetto ciò che è degradante per essa.  È in quel legame di esperienza comune che Egli ci offre una amicizia umana e ci mostra la via della pace e della vita eterna.

Quando penso a Gesù addormentato a poppa della barca, trovo abbondante consolazione e forza. Non molto è cambiato per la barca di Pietro in 2000 anni … le onde sono violente, ma il Maestro è a portata di mano. Non interpretiamo, ovviamente, il Salvatore che dorme come insensibile o disinteressato … un tale atteggiamento difficilmente comunicherebbe amore. Né mi basta classificare questo episodio del Vangelo esclusivamente sotto la voce “prove della nostra fede”, cosa che comunque sicuramente è … dopo tutto, il Signore già sapeva come stavano le cose a tal proposito.

C’è qualcosa di più per noi in questo episodio, un incoraggiamento ad essere come Cristo, dovremmo riflettere sul fatto che, quando il desiderio di sacrificio è totale, anche la fiducia deve essere assoluta. Gesù ha detto: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato” (Gv 4,34), in seguito ha espresso lo stesso concetto con parole diverse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” ( Lc 23,46). Quello che ha mosso Nostro Signore, nei 33 anni di vita terrena, non sono stati in primo luogo i risultati che sperava di ottenere (seppur certamente nobili), ma piuttosto la sua ferma volontà di mettersi interamente a disposizione del Padre, per fare la Sua volontà in tutte le cose. Il sacrificio di Gesù era integrale … e la Sua fiducia in Suo padre era commisurata al Suo sacrificio … e tutto questo è stato così perché conosceva ed aveva fiducia nella bontà di Suo padre.

Et habitavit in nobis. Come è semplice il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo: dona completamente il tuo cuore al buon Dio, hai tutti i motivi per credere in lui. Sii pacifico: Egli farà il resto. Nostro Signore ci ha trasmesso questo messaggio con il precetto e con il Suo esempio, non meno mentre dormiva di quando era sveglio. Nel mare di Galilea in tempesta non è meno impegnato a fare la volontà del Padre che altrove.

Questo vale anche per Betlemme. Il bambino addormentato nel seno di Maria è lo stesso Dio onnipotente che dorme nella poppa.  Visto sotto una lente imperfetta, si potrebbe dire che entrambi i fatti non sembrano importanti per l’opera della redenzione … e andando un po’ più in la potrebbe sorgere un’altra domanda: Che cosa ha fatto Gesù per 30 anni di vita nascosta? Non sembra, da un punto di vista pratico, che sia stato un periodo molto produttivo.

Posti di fronte a queste domande, possiamo ricordarci che Dio non ha bisogno delle nostre opere e della nostra preoccupazione. Egli desidera solo il nostro cuore, come il Padre desiderava il cuore del Figlio … e il Figlio era desideroso di offrire il Suo cuore al Padre, soprattutto quando la Sua sofferenza era più acuta. La misura dell’amore non sta nell’utilità o efficienza, o anche nella realizzazione di importanti risultati, ma nell’umile dono di sé. Cristo ci ha istruiti perfettamente in questa virtù fondamentale – l’umiltà – compiendo ogni giorno semplicemente e fedelmente la volontà di Suo padre, perché credeva e Lo amava.

Tra le prove e esigenze di questa “valle di lacrime”, possiamo credere – in quanto parte della nostra fede divina e cattolica – che il Signore è sempre con noi. Vorrei dire questo con riverenza e rispetto, non conoscendo le croci che ognuno di voi porta. Ma io sono consapevole del mio bisogno di ricordare che Cristo è sempre presente nella mia vita sacerdotale, soprattutto quando il lavoro non sembra andare molto bene. Mi chiedo se la tenerezza del Salvatore verso di noi, a cui “ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12), non s’intensifichi quando le nostre preoccupazioni minacciano la tranquillità che ci sforziamo di conservare.

Nel suo racconto della tempesta sul mare di Galilea, san Marco riporta le parole che nostro Signore usa per calmare il vento e l’acqua. “Pace!”, Egli dice (Mc 4:39) … la stessa parola e la prima parola che usa per calmare i cuori degli apostoli dopo che Egli è risorto dai morti. Prima della Sua passione, ha promesso loro la pace che il mondo non può dare … o togliere (Cf. Gv 14,27). Molte preoccupazioni, sia personali che per la Chiesa, minacciano, di tanto in tanto, questa pace … ma non reggono difronte a una promessa divina.

Gesù non ha mai perso la Sua pace, una verità espressa in modo così convincente quando dorme sul mare di Galilea, non ha mai perso la sua pace, perché la sua autodonazione è stata totale, come lo era la Sua fiducia nella bontà del padre Suo. Il Signore ci esorta, me stesso incluso, a fare altrettanto: per mantenere sempre la nostra pace, perché niente è al di fuori della provvidenza di Dio, anche la nostra debolezza e il fallimento.

Il mio eroe, il beato John Henry Newman avrebbe detto più elegantemente, quando il Maligno colpisce duro, come per metterci al tappeto, dobbiamo rivolgere la mente e il cuore al Salvatore assopito, nel legno della mangiatoia, nel legno della barca, e sul legno della Croce.

Et habitavit in nobis … Il principe della pace non abbandonerà mai la Sua Chiesa e non abbandonerà mai le nostre anime. Il suo nome sarà sempre Emmanuel, Lui sa che il desiderio più autentico del cuore cristiano è quello di rendere l’offerta di questo cuore integrale. Per questo, la Sua grazia ed il Suo amore non vengono mai meno, anche quando dorme.

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